Dolegna del Collio è il Comune posto più al nord nella Provincia di Gorizia.
E' una lunga fascia di terra che si estende a nord del Comune di Cormons, tra la Provincia di Udine e la Slovenia.
Il comune conta meno di cinquecento abitanti.Posta in zona collinare, sulle quali si sono sviluppate attività prevalentemente agricole, Dolegna e' rinomata per la produzione di vini, per le specialità gastronomiche e per la bellezza dei suoi borghi e della natura che lo circonda.
Benche' abbia una scarsa popolazione, Dolegna del Collio e' un Comune indipendente.
Il suo territorio copre poco meno di 13 kmq ed e' formato da molte piccole frazioni o borghi.
Il Municipio si trova nella piazza principale del Paese.
Interessanti sono le Chiese ubicate nelle varie frazioni di cui la più importante è la Chiesa parrocchiale di S. Giuseppe situata sulla piazza di Dolegna
Non si conosce l’anno di edificazione della Chiesa stessa, si sa però che nel Settecento esisteva in forma di piccola cappella.
Ridotta in pessime condizioni, proprio quando ci si apprestava al restauro scoppiò la prima guerra mondiale e l’edificio venne prima occupato dalle truppe, poi servì da prigione quando a Dolegna venne instaurato il Tribunale Militare.
Per le funzione religiose venne intanto costruita una chiesa-baracca.
Dopo la guerra si stabilì di sostituire la vecchia costruzione con una nuova: nel 1927 fu distrutta la vecchia chiesa (e con essa andarono distrutte le decorazioni di Giacomo Meneghini, il popolare "Jacun pitôr", l’unico degli artisti naïf del Friuli, vissuto tra Otto e Novecento) e subito dopo fu costruita la nuova, su progetto dell’architetto Silvano Baresi: un edificio ad aula, con facciata estremamente semplice.
Fu conservato il precedente campanile. In seguito la chiesa è stata decorata da Tiburzio Donadon (1940) ed arricchita con stendardi e via Crucis di Delneri (ca. 1930) e con statue lignee valgardenesi.
Nella frazione di Mernico c’è la Chiesetta cinquecentesca, così come quella votiva dedicata a S. Giacomo a Lonzano.
Infine nella Chiesa di Scriò sopravvive una popolaresca serie di dipinti di "Jacun pitôr".
Prima dì essere stato confine fra il Regno d’Italia e L’Impero Austro-Ungarico (1866), il Jùdrio (non lo Jùdrio) fu il limite Regno Lombardo-Veneto e la Contea di Gorizia, aveva cioè avuto una funzione di frontiera fra due parti, sia pure distinte, di uno stesso stato.
Il confine stesso rappresentava poi una rettifica (1818) deI termine fra la Repubblica Veneta e l’impero Asburgico. Solo durante il breve periodo Napoleonico (1811-1815) aI Jùdrio si sostituì l’lsonzo, quale confine però fra il Dipartimento di Passariano e le Provincie liliriche.
Il Jùdrio segna ora il confine fra Italia e Slovenia nella parte superiore e le province di Udine e Gorizia in quella inferiore. Ma ciò che e fissato dall’uomo viene ignorato dalla natura, la quale ha profuso imparzialmente la sua bellezza dall’una e dall’altra parte di esso.
Mario Soldati, capitato qualche anno fa da queste parti in uno dei suoi viaggi esplorativi alla ricerca dei vini genuini, trovandosi di fronte al valico confinario di Plessiva con le sue due semplici baracchette, ebbe a dire: «... si tratta dì una delle più belle, delle più poetiche frontiere che io abbia mai visto e che, penso, si possano vedere». Egli alludeva probabilmente all’agreste, disarmante semplicità di quel punto di demarcazione e all’estrema facilità di transito, dati i buoni rapporti tra i due popoli, ma la definizione di «poetiche» da lui usata fa pensare, per associazione di idee, alla grande poesia lirica slovena che ha avuto la sua culla proprio lì vicino: a pochi chilometri infatti si trova Medana, paese natale di Alojz Gradnik, poeta, giurista e traduttore insigne.
La casa in cui visse e creò, situata su un piccolo spiazzo pianeggiante in cima alla collina, (ora trasformata in museo) costituisce un magnifico osservatorio sul Collio, la conca dell’Isonzo e le Alpi lontane.
Parlando del suo «silenzioso e dolce paese natio», oggetto di amare lacrime di nostalgia nei giorni della lontananza, così il poeta lo colloca nel paesaggio circostante:
Su un colle disseminato tra i vigneti
davanti a te nel sole i! mare, il Carso grigio,
la pianura friulana,la striscia dorata dell’Isonzo
e lontano, dietro di te, due giganti
il Tricorno e il Monte Nero, e ancora più lontano le Dolomiti;
così ti vedo ed intorno a te il Collio
e cerco per te parole dolci.
Il Còllio (Còglio, in friulano Cuèi, in sloveno Brda, in tedesco "in den Ecken"), è l’insieme di fertili e ben coltivate colline che si elevano fra Isonzo e Jùdrio nel tratto fra il Corada e il Sabotino-San Valentino a nord, il monte Quarin e le colline di Mossa a sud. Le escursioni sono molto interessanti per la varietà del panorama e le caratteristiche locali, particolarmente piacevoli in primavera, quando i suoi frutteti sono in fiore, od in autunno durante la raccolta delle uve che, insieme alla produzione del vino rinomato, sono le attività tipiche del luogo.
Il territorio del comune di Dolegna del Còllio (kmq. 12.8, ab. 520) è in gran parte coltivato a vigneti e caratterizzato dai bianchi paeselli e castelli sparsi, posti spesso sulle sommità dei colli, posizione che, in alcuni casi, ha favorito in passato insediamenti difensivi dalle vestigia tuttora esistenti.
Non si conosce con esattezza chi furono i primi abitanti di questa zona; i resti prossimi al castello di Trussio evidenzierebbero un insediamento forse della antica civiltà dei castellieri, è poi probabile, vista l’importanza strategica della valle del Judrio, che si siano insediati successivamente Proto-Veneti, Celto-Karni, Romani e, almeno transitoriamente, le varie genti germaniche note come “barbari”.
Stabile è stato invece l’insediamento di popoli di ceppo slavo, visto che la quasi totalità dei toponimi locali è di origine slava, databile al periodo fra il VII ed il IX secolo.
Le successive vicende della zona vanno collegate agli eventi, spesso conflittuali, fra il Patriarcato di Aquileia e la Contea di Gorizia fino a quando (1420) al primo si sostituì la Repubblica di Venezia e la seconda (1500) passò all’amministrazione Austriaca.
La lingua oggi parlata popolarmente è il friulano, ma é conosciuto ed usato anche lo sloveno. Resta tuttavia evidente il fatto che in questa terra rimane l’impronta di tutti i ceppi indoeuropei, celtico, italico, germanico e slavo, riconoscibile nei costumi e nelle tradizioni, specie culinarie. La strada principale, che parte da Brazzano, si insinua tra la base del colle di San Giorgio ed il Jùdrio dando l’apparenza di un gioco a rimpiattino con il tranquillo corso d’acqua: ora lo avvicina ora se ne scosta copiando dolcemente le capricciose ondulazioni del terreno. Questa può a buon diritto chiamarsi strada del vino: snodata continuamente tra una complicata scacchiera di vigneti, conduce in tutti i luoghi in cui ci si può accostare a questo dono del sole e della terra.
In primavera le radure lungo gli argini del fiume e i pendii dei colli sono un rifiorire di primule, di viole e di crochi e dovunque c’è aria di festa, invito alle merende sui prati o agli incontri conviviali nelle trattorie, che qui si trovano un pò dappertutto: nelle sale o nelle adiacenze di antichi castelli, agli angoli delle strade, in cima alle verdi alture.
La popolazione di questo territorio è infatti quasi tutta dedita all’agricoltura, ma c’è chi ha saputo trasferire maestrie antiche ai tempi nuovi dimostrando che luoghi pittoreschi, cucina tradizionale e vini prelibati sono ingredienti vincenti per il buon turismo.
Oggi troviamo infatti una varietà di ristoranti, trattorie, osterie, agriturismo, in cui si può anche ballare romanticamente al suono di orchestrali che sanno indovinare, quasi per magia, le aspettative musicali di chi, dopo un periodo di lavoro o di studio, voglia immergersi in questa deliziosa atmosfera intensa di pietanze saporite e vini di qualità.
I locali tipici aspettano al varco il turista o il semplice buongustaio della domenica per offrirgli succulenti menu di cacciagione con la polenta, di saporiti insaccati, di polli alla diavola o allo spiedo, di risotti coi fegatini abbinati a piatti di "ardilut" o di fresca insalata.
Al suono di musiche discrete e ammiccanti si possono gustare la jota, cioè il minestrone a base di capucci acidi, cotenne di maiale, patate e fagioli, le grigliate miste, le frittate alle erbe, ecc.
Particolarmente tentatori sono inoltre gli gnocchi di susine, di marmellata, di pasta di pane, i piatti di trippe e di asparagi bianchi.
Gli osti sanno consigliare indovinati abbinamenti sia con i celebrati bianchi DOC come il Malvasia, il Pinot bianco, il Pinot grigio, il Riesling, il Sauvignon, che i non meno pregiati rossi: il Merlot, il Cabernet franc ed il Pinot nero, i quali illuminano di scintillii di rubino le bianche tovaglie.
Chi poi vuoi far contenti sia il palato che l’olfatto non ha che da gustare un buon bicchiere di schiopettino o di profumato fragolino.
Il Picolit, il principe dei vini friulani, può dare un tocco di particolare raffinatezza, magari con la complicità di un buon dolce locale come la pinza, la putizza, lo strudel o la gubana, sia asciutta che battezzata anche se gli esperti inorridiscono - con un bicchierino di grappa locale.
Bisogna sempre ricordare come si è detto, che siamo in una terra dove più tradizioni culinarie diverse si confrontano in una salutare gara all’insegna della semplicità e della genuinità per lasciare in tutti gli ospiti un ricordo indelebile del Collio.
Sembra quasi che in questi luoghi aleggino ancora gli antichi echi, ricordi delle impressioni che il viaggiatore e geografo greco Strabone aveva tratto quando veniva ospitato nelle antiche locande celtiche durante le peregrinazioni nelle lande europee: rimaneva meravigliato dalla bontà e dalla ricchezza della cucina e dalla semplice ed ospitale accoglienza, il tutto "per un quarto di obolo".
Valicando il Fedrì, affluente del Jùdrio, si giunge in pochi minuti a Trùssio (Trùs) sovrastata a destra dal castello omonimo, già dei conti di Spilimbergo, presso il quale ci sono i resti di un antico castelliere, probabilmente illirico, (Castrum Drusum, Drussum, Plarussium de Trussio), simile benché assai meno ben conservato a quello del Monte Quarin di Cormòns, che comprova l’antichità degli insediamenti umani nella zona.
Nel, 1289 il patriarca R. Della Torre vendette Trussio e la villa di Ruttàrs a Giovanni di Zùccoìa, famiglia che poi prese anche il nome dei Spilimbergo. Dell’antico castello "in contrata Castri de Trussio" si conserva la torre di sinistra; l’altra è di costruzione recente.
Dal Castello di Trussio si sale a Ruttàrs (Rutàrs, Rutarj m. 174), paese composto da un piccolo nucleo di case al vertice del colle con la chiesa dei Santi Vito e Modesto ed il suo campanile che, come quello di San Giorgio di Brazzano, era anticamente una torre di vedetta.
Il gruppo di case prospicenti è costruito sull’area in cui sorgeva un tempo il castello di Ruttars, che molti oggi erroneamente confondono con quello di Trussio; del complesso rimane nelle sembianze originali soltanto la Torre di Marqvardo di Montelongo.
Si può intuire, presupponendo che gli attuali fabbricati del complesso siano costruiti sulla base della rocca, l’imponenza della costruzione originaria.
Oltrepassando il nucleo storico, l’abitato si dirada in una varietà di casolari sparsi da cui dipartono delle vie secondarie: quella principale proseguiva un tempo, oltrepassando l’attuale confine, per Barbàna e Fleàna (Fojana), quella di sinistra, attraversando la località Cràstin (dallo sloveno hrast, quercia), cinge discendendo il colle fino al bivio di Vencò (Vencò, Jenkovo), dove si ricongiunge con la strada provinciale che ha nel frattempo sempre costeggiato il Jùdrio.
In questo punto confluisce il corso della Recca, che raccoglie tutte le acque del versante occidentale del Collio, e la via si divide in due rami.
Quella di destra costeggia la Recca e raggiunge il valico internazionale con la Slovenia dove, poco prima, un’antica casa padronale si frègia dal 1871 dì un nome che è sempre stato garanzia di schietta ospitalità all’insegna di prodotti genuini e vini sopraffini.
Quella di sinistra risale invece il corso del Jùdrio fin quasi alle sorgenti insinuandosi di nuovo brevemente tra l’alveo e la collina e sbucando poi in un vasto pianeggiato.
Si giunge quindi a Lonzano (Lonzàn di Zorùt, Loze), località molto visitata dai friulani poiché ha dato i natali a Pietro Zorutti.
Le poche case che sono nel piano costituiscono Lonzano inferiore (m. 79), quello superiore è in alto su di un poggio per raggiungere il quale, isolato fra i coltivi, si può salire lungo una sinuosa stradina dalla quale si gode una splendida vista della piana di Dolegna.
I due edifici notevoli che si trovano sono la cappella di San Giacomo (m. 144) e la. ex casa della famiglia Zorutti (casa Frisacco) (1) ove nacque e passò l’infanzia il maggior poeta del Friuli.
Una lapide murata su di un lato di quella casa in cima al colle, ricorda che «il 27 dicembre 1792 Pietro Zorutti qui aperse gli occhi alla luce del suo Friuli del quale tutta sentì e ridisse la poesia».
Proprio dalla bellezza di questi luoghi il poeta trasse la sua prima ispirazione poetica e per questo ne provò sempre una grande nostalgia.
Essa traspare in molte delle sue liriche più fresche e più sincere.
Basti citare per tutte un passo di «Primevere e Cividàt» in cui, riferendosi ai colli della terra natia, canta malinconicamente:
E cjaris chés colinis, cjars chei prads
che i’ains de me inocenze àn ralegrads,
quanche une rose, un ucelut, un grì
mi tignivin content dute une dì
Riprendendo la strada provinciale siamo a Dolegna del Còllio (Dolegnje dal Cuei, Dolenje v Brdih, m. 88, sede comunale) «sita in basso», come indicato dal toponimo sloveno.
Sino al 1927 era un piccolo comune con kmq. 1284 e 1400 abitanti, fu in seguito aggregato a Cosbana nel Còllio (oggi Kozbana, in Slovenia) ed esteso così a kmq. 3506 e 2700 abitanti, ma con l’ultimo conflitto mondiale, ridiviso dal confine odierno.
Nell’ottobre di ogni anno si celebrava un tempo la sagre da rabuèle, in seguito anticipata al mese di luglio, oltre alla tradizionale festa patronale di San Giuseppe (19 marzo).
Prendendo la strada per Scriò (Scriò, Skrljevo) e lasciata la provinciale con l’attiguo abitato di Cerò (Cerovo), ci si introduce in un ambiente interamente collinare i cui dolci declivi costituiscono terreno ideale per le pregiate coltivazioni viticole mentre le vaste superfici lasciate a bosco consentono agli appassionati della natura e di mountain-bike di entrare in diretto contatto con la ricca flora locale.
In breve si arriva con facilita al borgo di Scoriezzi, dal suggestivo nucleo di vecchie case abbarbicate su una collina intorno aII’antica chiesetta di San Leonardo (sec. XV) ed a Scriò con le sue rinomate trattorie.
Qui la strada si avvia per un tratto lungo il crinale della collina e continua con un caratteristico fondo in cemento (la strade di zimènt) verso le Cime di Dolegna (Zìmis, Vrh), copiando dolcemente altimetrie ed avvallamenti per poi scendere a ricongiungersi con la strada provinciale a Lonzano, attraversando microscopici abitati dove la tranquillità, tipica di altri tempi ed alienata ormai dal mondo moderno, sembra abbia posto il suo regno perpetuo.
Lasciata Dolegna si arriva a Mernico (Mernic, Mirnik, m. 91), con trattorie ed una storica e famosa osteria, sovrastato dalla bella chiesa di Sant’Elena, dove lo studioso di chiese e storia friulana, Giovan Battista Falzari, dimorò per diversi anni.
Da qui si diparte una stradina che sale verso il borghetto di Restocina (Restocine, Raztocno), dalle caratteristiche case in pietra disposte ad arco ampio.
Da Mernico, verso il Jùdrio, siamo in breve al "ponte dello Schioppettino", limite comunale, svoltando a destra poco prima si giunge invece al valico di seconda categoria ed al villaggio di Collobrida (Golo Brdo m. 110 circa) in Slovenia.
Al di là del Jùdrio la regione si fa più boscosa e prende un aspetto più tipicamente montano.
NOTE (1) Ne l’an, novantedoi – Mi an fabricat in doi – Soi nasut a Lonzan – In ciase di Frisach, così il poeta.